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Valle d’Aosta: il Gran Paradiso in autunno

Ero stata in Valle d’Aosta durante l’estate, in moto, girando e osservando questa fantastica regione dagli innumerevoli volti, come una bimba che vede e tocca la neve per la prima volta. 

Le montagne de la Vallée sono diverse dalle Dolomiti a cui sono più abituata. Sono montagne scure, di roccia diversa dal calcare, sono le Alpi che non arrossiscono come fanno invece i Monti Pallidi.

Nei mesi estivi in montagna si possono trovare giornate dal sapore invernale, ma ciò che l’autunno dona al territorio è unico. I colori, l’atmosfera, l’aria che circola prima dell’arrivo del manto nevoso.

L’autunno è una stagione straordinaria, può durare settimane o pochi giorni, basta saperli cogliere. 

APPENA PRIMA L’ARRIVO DELLA NEVE.

Per saper cogliere l’essenza dell’autunno, nel posto e al momento giusti, non basta consultare i bollettini meteorologici, c’è bisogno di spostarsi, di camminare, di faticare e pure di un po’ di fortuna.

Quindi i primi giorni del novembre 2017, con i prati alti di montagna ancora brulli e privi di neve, abbiamo raggiunto la Valle d’Aosta per camminare nel Parco Nazionale del Gran Paradiso.

IL PNGP *

Il 3 dicembre 1922 venne istituito il Parco Nazionale Gran Paradiso, il primo Parco Nazionale italiano, “allo scopo di preservare la fauna e la flora e di preservarne le speciali formazioni geologiche, nonché la bellezza del paesaggio”.

Il più antico Parco nazionale italiano ha una superficie di oltre 70.000 ettari ed è situato per metà in Valle d’Aosta, per l’altra in Piemonte.

Accoglie, attorno alla vetta del Gran Paradiso, unica cima oltre i 4.000 metri interamente in territorio italiano, cinque vallate concentriche in cui si trovano tipici ambienti alpini, con ghiacciai, rocce, boschi di larici ed abeti.

La creazione dell’area protetta è fortemente legata alla salvaguardia dell’animale simbolo del Parco, lo Stambecco alpino, di cui, dopo la II guerra mondiale, erano sopravvissuti solo 416 capi in tutto il mondo e tutti nel territorio del Parco.

E’ soprattutto grazie ai guardaparco che lo stambecco si è salvato dall’estinzione e oggi è presente nell’area protetta con quasi 3000 esemplari.

Le guardie hanno una profonda conoscenza del territorio, degli animali e dell’ambiente del Parco, e svolgono un servizio che è veramente unico nel suo genere, vigilando il territorio dall’alba al tramonto. 

(* fonte pngp.it)

LA VALSAVARENCHE E IL VALLONE DI LEVIONAZ.

Prima di raggiungere il luogo della nostra escursione ci siamo informati, abbiamo pianificato la giornata tra sentieri e dislivelli, consci che a quelle quote, tra i 1600 e i 2200 metri, non ci sarebbe stata neve almeno fino alla notte successiva ma il freddo, quello sì e pure tagliente.

L’itinerario parte dal villaggio di Eaux Rousses (in francese “acque rosse” per la tipica acqua ferruginosa che scorre in zona). Dopo aver superato il Torrente Savara e gli alpeggi di fondovalle, lungo la ex strada reale di caccia, si risale in un bosco maturo di larici e abeti rossi. Incontrato il sentiero che sale da Tignet, si prosegue fino ad avvistare l’alpeggio di Levionaz Dessous, probabilmente il più importante del vallone, nelle cui vicinanze sorgono un casotto riservato ai ricercatori che lavorano nel parco e il casotto dei guardaparco. 

Il percorso continua percorrendo il grande pianoro di Levionaz, lasciando sulla sinistra l’alpeggio di Levionaz du Milieu per arrivare infine all’ultimo alpeggio di Levionaz Dessus, dopo aver abbandonato il sentiero che sale al col Lauson. La zona è di elevato interesse naturalistico e risulta quasi unica nell’ambito di tutto il parco per l’enorme ricchezza faunistica, sia per la varietà di specie presenti, sia per il numero di esemplari (fonte pngp.it).

La salita attraverso il bosco non è eccessivamente faticosa, quel giorno c’eravamo solo noi e già da lì abbiamo cominciato ad intravedere dei camosci.

Anche il giallo dorato dei larici delizia la vista, facendo dimenticare la fatica del dislivello.

LO STRAORDINARIO.

Il bosco finisce ed ecco aprirsi il vallone, la grande valle brulla, una prateria con i versanti di roccia scura macchiettata di licheni verdi.

Non c’è il sole e l’aria profuma di neve, gli occhi si riempiono di bellezza selvaggia, di tinte forti che contrastano il grigiore della nebbia. Sono sensazioni per me inedite, mi sento euforica perchè mi rendo conto che sto per vivere qualcosa di straordinario.

Lo “straordinario” è soggettivo, lo so. 

Per me osservare da vicino animali selvatici alpini, tanti, in un luogo dove siamo solo in due persone è semplicemente straordinario

Il privilegio che ha chi ama esplorare, chi è curioso, chi cammina, chi ha pazienza e cuore.

Le fotografie che ho scattato quel giorno sono difettose, alcune mancano di messa a fuoco precisa e mancano soprattutto di ciò che si prova solo a viverlo di persona. Però le immagini mi aiutano a raccontare quello che c’è fuori dalle nostre stanze. 

Quel giorno abbiamo osservato camosci e stambecchi, Rupicapra rupicapra e Capra ibex ibex. La fauna del Parco del Gran Paradiso è composta anche di altri animali come la volpe, la marmotta, la pernice bianca, l’aquila, l’ermellino, il gipeto e molti ancora.

UNA CURIOSITA’.

Gli stambecchi incontrati hanno il radiocollare per via dei progetti di studio e conservazione in atto, questo non significa che ci si trovi in uno zoo. Il Vallone di Levionaz e il Parco non hanno recinti, sono luoghi spesso inospitali per l’uomo ma anche per gli stambecchi, animali fragili che necessitano di ricerca per capire la loro ecologia e comportamento. 

Una volta rientrati alla base, stanchi e felici, abbiamo salutato questi luoghi e la neve è finalmente scesa accompagnandoli verso l’inverno.

Ed ecco un video di Andrea Cassinari che racconta un po’ del protagonista del Gran Paradiso.

Per altre curiosità ed informazioni puoi scrivermi a: lorenza@raccontonatura.it

Un ultimo suggerimento su dove poter pernottare e stare davvero bene: presso la Pietra Felice ad Introd.

A presto con altri Racconti.